Guccione Santo Paolo

   
 SANTO PAOLO GUCCIONE


Nasce a Grammichele, l’esagonale cittadina in provincia di Catania, dove vive e lavora; si forma all’interno dello stimolante ambiente dell’istituto d’arte locale in quelli che furono gli anni d’oro della scuola, sotto l’ala del maestro scultore Michele Gullé. 
Nella stessa scuola che è stata la sua culla, da discente si trasforma in docente, insegnando per un trentennio Arte Applicata per l’Arredamento. 
Negli anni post-sessantotteschi dirige il centro d’Arte “Nuovo sud” a Caltagirone, e oggi presiede l’associazione artistico-culturale "Esarte" di Grammichele.
Le sue opere figurano in importanti collezioni pubbliche e private, italiane ed internazionali.
La sua vastissima produzione non si può imbrigliare in una tendenza, in un filone: la sua opera è varia, la sua arte partita dalle prove scolastiche, procede per vie traverse, trovando spesso tornanti, e come a volte abbiamo la sensazione di ritrovarci in situazioni mai vissute eppur sepolte nei nostri ricordi, così l’opera di Guccione, mutando, si ricorda di se stessa, di ciò che è stata: guardandosi indietro vede dentro di sé ciò che sarà. 
Talvolta è lo scultore a dettar legge, talaltra la natura si presenta tiranna, e allora pochi gesti fanno di un piccolo ciottolo di fiume arte: è la natura naturans. Santo Paolo sa quando e in che misura intervenire, conosce la differenza tra inventio e imitatio, tra meccanomorfismo e fitomorfismo, e predilige sempre i secondi membri di questi binomi.
Vari i temi, pur nella loro perpetua ricorrenza; varissimi i materiali; tanta la pazienza, insegnatagli dal professor Gullé, nell’attesa della forma desiderata; tanta l’impazienza nel vedere il risultato che lo scultore ha già visto, nella sua mente. 
Forme quasi appuntate, come gli schizzi sui suoi preziosi fogli; dettagli che appartengono alla materia, e materia posseduta dallo scultore come esperienza; sentimenti che mostrano tutta la loro pregnanza grazie al singolo gesto: una mano bloccata e bloccante vuol fermare il tempo che inesorabile corre verso il sacrificio (Andromaca e Astianatte); lapidei felini; un tempo tortile, narrato, spazializzato (Dall’Annunciazione alla Resurrezione); un abbraccio eternato dall’addio (Ettore e Andromaca); monocromatici amplessi…
Amanti in granito nero, o in pietra bianca di Ragusa; radici; figure equine; “legna” salvata dal fuoco; plexiglass; ceramici miti antichi in perenne attesa della catarsi; pietra lavica; fatti contingenti, quasi cronachistici; madri, incinte o “sgravate”; presepi, immediatamente riconoscibili come tali, o da “scovare” nel groviglio materico: opere narrative, fotogrammi di storie antiche come l’uomo, ma attuali. 
L’opera di Guccione parla, si spiega, si presenta, per questo scriverne è certamente utile, ma non indispensabile, dunque non posso che incitarne la fruizione, una fruizione partecipata: queste opere si guardano lentamente, tornando sul percorso effettuato per cogliere quanto al nostro occhio è sfuggito, ma che può apprezzarsi alla luce di quanto visto di seguito: una visita, per quanto possibile, tattile (caldo, freddo, liscio, ruvido…), per averne non solo una visione “artistica” (dal greco Técne, come metodo, sistema di lavoro), ma anche soprattutto “estetica”, come effetto sui nostri sensi.

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